Architetti d’Italia. Paolo Soleri, lo sfuggente

martedì, 17 Settembre 2019

Una decina di anni fa mi fu commissionato un pezzo da inserire in una silloge dedicata a Paolo Soleri. Nonostante il mio apprezzamento per l’architetto, non potei fare a meno di notare che le sue utopie erano destinate a tramutarsi in incubi orwelliani, tanto che gli autori di romanzi di fantascienza ne utilizzavano i progetti per prefigurare le inquietanti città del futuro destinate a sorgere sulle ceneri delle nostre megalopoli. Penso per esempio al quartiere della Tyrell Corporation nel caos della California immaginata da Ridley Scott per il film Blade Runner.
Puntuale arrivò la telefonata del curatore del libro che manifestò perplessità per quanto scrivevo, in un volume oltretutto celebrativo. Era meglio ‒ mi suggerì ‒ tagliare quei riferimenti, tanto non alteravano il senso del pezzo. Cosa che feci ma di cui mi sono pentito. Non tanto per l’importanza del mio contributo, che non diceva niente di particolarmente originale e che avranno letto ‒ immagino ‒ qualche decina di persone, quanto per uno strano rapporto che ognuno ha con la propria coscienza che lo obbliga ad accettare come censore solo il proprio convincimento.
E così oggi, dovendo scrivere a distanza di tempo proprio su Soleri, vorrei partire da questa perplessità che sorge non appena si vedano i bellissimi disegni delle sue archeologie (termine da lui inventato: indica la comunione di architettura e archeologia). Anche le formiche, anche le termiti vivono in falansteri, giganteschi se rapportati alla loro minuta dimensione. Sono alveari straordinariamente belli, strutturati, ordinati e suggestivi. Ma tutte le utopie che vogliono trasformare, per usare una celebre frase di Carlo Marx, l’architetto in ape, hanno prodotto disastri a non finire. La città è una costruzione troppo complicata e stratificata per lasciarla alla immaginazione di un uomo solo. Quelle che si sono sviluppate nel tempo su un impianto imposto da un unico artefice (una griglia ortogonale, un esagono, un ottagono) hanno avuto successo o perché ospitavano comunità di qualche migliaio di abitanti e quindi andavano poco oltre la scala edilizia oppure perché garantivano una sufficiente flessibilità, per esempio nello sviluppo in altezza, come la città di Avola, disegnata da padre Angelo Italia o l’ampliamento di Barcellona opera di Ildefons Cerdà i Sunyer.

Cosanti, Pumpkin Apse & Barrel Vaults, 1968-1971. Photo credit Cosanti Foundation
Cosanti, Pumpkin Apse & Barrel Vaults, 1968-1971. Photo credit Cosanti Foundation

COMPLESSITÀ E CONTRADDIZIONI

Far passare però Soleri solo come un grande utopista non avrebbe senso. È un protagonista molto più complesso e contraddittorio. Pur essendo stato un inesauribile progettista di città ideali con edifici a volte tanto giganteschi da far apparire microscopico l’Empire State Building, è proprio lui a sfuggire alle sue stesse ossessioni. Gli esperimenti realizzati di Cosanti (dove dal 1961 hanno sede la sua abitazione, lo studio e il laboratorio) e Arcosanti (una città ideale per 5mila abitanti che volontari stanno costruendo a partire dal 1970) fanno pensare sì a un modo fortemente orientato di vedere il mondo, ma per fortuna non all’ardore degli ideatori dei paradisi in terra. A cominciare dal fatto che la comunità di Arcosanti si organizza autonomamente. E a chi gli chiedeva perché lui, che ne era l’inventore e il promotore, non vivesse ad Arcosanti, Soleri rispondeva che non era interessato a costruirne i contenuti. E continuava, aggiungendo: “Io non sono un animale sociale”. Affermazione da prendere certamente con le pinze, ma che rende molto bene il carattere sfuggente o, se vogliamo, polivalente del Nostro.
A sottolineare la stridente contraddizione vi è, poi, il fatto che Arcosanti, dal punto di vista dell’immagine architettonica, appare esattamente il contrario di un ordinato alveare. Sembra anzi un gigantesco organismo sviluppatosi in grande libertà e con poche regole. Forse con troppo arbitrio, se si guarda l’insieme da un punto di vista formale. Pezzi appartenenti a immaginari diversi. Un assemblaggio postmoderno che ricorda i progetti degli Anni Sessanta e Settanta che davano spazio più alla partecipazione che a una composizione chiara, chiusa e ben definita.

LA SCALA EDILIZIA

Noto e celebrato per le sue archeologie alla scala urbana, credo che Soleri vada riscoperto come architetto alla scala edilizia. Anche se di edifici, in senso stretto, ce ne ha lasciati un paio: la fabbrica delle ceramiche Solimene e gli spazi di Cosanti. Per accorgervi della bravura del progettista, vi invito a osservarli attentamente, oltretutto la fabbrica Solimene, trovandosi a Vietri sul Mare, è facilmente visitabile. Racconta la capacità con la quale sa interpretare la lezione di Frank Lloyd Wright. Sfruttandone l’insegnamento non per riprodurre stantii temi di scuola, ma per aprirli verso direzioni ignote. Solo Bruce Goff, tra i discepoli di Wright, è stato capace di tanto ardire sperimentale. La fabbrica si caratterizza infatti per una facciata composta da fondi circolari di vasi di ceramica colorata che, fungendo da intercapedini, garantiscono alla parete buone prestazioni coibentanti. Incurante che rivestimenti del genere non se ne siano mai visti in Italia, Soleri fa convivere soft tech e high tech e questo nel 1951, venticinque anni prima di Richard Rogers, Renzo Piano e Norman Foster e quaranta anni prima degli esperimenti con i materiali poveri e l’eco-architettura.
Vi è poi la magnifica intuizione spaziale che riprende l’idea dalla rampa del Guggenheim: una fabbrica che produce le proprie ceramiche in alto e porta, attraverso le varie fasi di lavorazioni, i prodotti in basso, sino agli spazi espositivi, facendoli scendere mediante piani inclinati.
Non meno suggestiva è Cosanti in Arizona, caratterizzata da suoi spazi ctoni rivestiti da basse cupole gettate direttamente sulla terra, poi scavata e rimossa. Vi si respira l’incontro tra il vecchio e il nuovo e, se non fosse retorico, direi tra la terra e il cielo. Prova concreta che la buona architettura può suggerirci modi nuovi di vivere. Più semplici, più essenziali e nello stesso tempo infinitamente più ricchi di quelli metropolitani. Cosanti funziona come uno studio e fabbrica di ceramica e di campane che suonano al vento. Attività, queste, che servono a finanziare le altre iniziative progettuali e a permettere di realizzare concretamente l’ideale sociale e utopico di una vita degna di essere vissuta.
Ritornare alla natura e all’artigianato, quindi. Ma anche su questo punto Soleri non è facilmente inquadrabile. Per lui si tratta di andare oltre, più che di tornare indietro, a una condizione ancestrale che non c’è mai stata. Come ripete, la natura è matrigna, è una forza da cui proteggersi e con la quale, a volte, combattere. Siamo lontani da un certo immaginario hippy. Anche se poi, ed è questo un altro paradosso, sono proprio le persone che si nutrono, almeno in parte, di tale immaginario, che hanno contribuito alla realizzazione di Arcosanti: si stima che ne siano passate migliaia. Giovani ‒ ma ci sono anche persone mature ‒ che vanno, lavorano e decidono di restare per un tempo più o meno lungo.

Paolo Soleri, photo credit Cosanti Foundation
Paolo Soleri, photo credit Cosanti Foundation

OLTRE WRIGHT

Dicevamo che Soleri è stato influenzato da Frank Lloyd Wright. Un influsso diretto se consideriamo che dal 1947 fu uno dei suoi apprendisti per quasi due anni. Poi, come è accaduto a tutti gli allievi dotati di maggiore personalità, è scappato per trovare la propria strada. Da Wright lo separava innanzitutto l’idea urbana: Broadacre City rappresenta infatti per Soleri il suburbio americano da combattere, il sogno individualista al quale contrapporre il mito della vita sociale. Un ideale che forse risale alla sua formazione avvenuta nel politecnico di una città, Torino, in cui il mito comunitario è stato visto come una soluzione ai problemi della crescita e dello sviluppo metropolitano.
Forse perché carichi di valori simbolici, alcuni dei progetti migliori di Soleri riguardano i ponti. A partire da The Beast, disegnato quando stava in studio da Wright, e poi esposto al Museum of Modern Art. Lo si osservi attentamente: è l’invenzione di un grande architetto che sa ragionare con la geometria delle strutture, come in quegli anni facevano i migliori.
Recentemente ho letto di una brutta, anzi pessima storia. Il 13 novembre 2017, a quattro anni dalla morte di Paolo Soleri, la figlia Daniela ha pubblicato uno scritto in cui lo accusava di abusi sessuali (la cronaca si trova su Wikipedia in inglese, alla voce Paolo Soleri). Si tratta di una questione che non può essere trattata all’interno di questo articolo così sommario, ma neanche taciuta. Penso che l’uomo sia un’unità e non abbia senso dividerlo in compartimenti stagni, da un lato il peccatore, dall’altro l’artista. Nello stesso tempo sono dell’idea che non è detto che per essere un grande architetto occorra essere persone virtuose, anzi a volte l’arte è un modo di confrontarci con il mostro che ci portiamo dietro. Adolf Loos fu coinvolto in una storia di abusi sessuali con adolescenti. È notizia recente che Richard Meier abbia a suo carico pesanti accuse da parte delle sue collaboratrici. Il rapporto tra arte e vita, tra arte e delitto, tra arte e devianza è complesso. Ma c’è, certo che c’è. Sarebbe stato a questo punto un errore fare finta di niente e relegare il fatto a una semplice questione personale. Caravaggio senza l’omicidio di Ranuccio Tomassoni, Leopardi senza la doppia gobba e Pasolini senza i ragazzi di vita faremmo più fatica a interpretarli. Il problema è solo come. E il come, se non si vuole cadere nel moralismo estetico o nell’estetismo moralistico, lo si capisce a volte a distanza di decenni.

Luigi Prestinenza Puglisi

LE PUNTATE PRECEDENTI

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
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Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
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Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
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Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
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Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
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Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
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Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
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Architetti d’Italia #49 ‒ Maurizio Carta
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Architetti d’Italia #51 ‒ Vittorio Sgarbi
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Architetti d’Italia # 68 – Oreste Martelli Castaldi




Fonte: Architetti d’Italia. Paolo Soleri, lo sfuggente

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