Banksy “invade” New York

lunedì, 12 ottobre 2015


“Non so perché le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata, dimenticano che l’invisibilità è un super potere”…  (Banksy) Siamo andati a vedere “Banksy does New York”, l’ultimo documentario sull’artista di Bristol, la cui identità rimane ancora un mistero. Come viene segnalato all’inizio della proiezione, il film non è voluto né tantomeno prodotto da Banksy, ma vuole documentare la reazione della città di New York quando nell’Ottobre del 2013 l’artista vi soggiornò un mese intero. In quel mese un’opera di Banksy sarebbe comparsa quotidianamente in uno dei 5 quartieri della città, evento annunciato, attraverso i social network, con un breve indizio, una foto, e in alcuni casi anche un’audioguida che aiutava a comprendere meglio l’opera. Di fatto quella che si è innestata è stata una caccia al tesoro che ha coinvolto tutta la città, dai fan ai cittadini ignari, dai commercianti alle forze dell’ordine fino al sindaco. Banksy ha utilizzato la città di New York come un’immensa piattaforma, usufruendo della collaborazione, consapevole e inconsapevole, di chi ha voluto partecipare al gioco. In questa volontà di partecipazione collettiva risiede l’arte di Banksy, piuttosto che nei singoli messaggi delle sue opere, le quali risultano allo stesso tempo graffianti, intelligenti e di facile comunicazione. Per Banksy l’arte deve avere una funzione attiva, deve essere il mezzo per una partecipazione pubblica e sociale, non qualcosa che semplicemente ci circonda. Quando uno degli intervistati (tra l’altro un esperto d’arte) afferma che l’opera di Banksy rappresenta il minimo comune denominatore dell’arte perché lo scopo dell’artista è quello di inculcarci con forza le sue idee, non coglie questo aspetto fondamentale. New York rappresenta la quinta essenza del graffitismo, il luogo in cui è nato e si è sviluppato, e chi vuole affermarsi internazionalmente nella street art non può che farci i conti. Nel documentario non manca infatti un appello dell’artista per salvare 5 Pointz: un complesso industriale situato nel quartiere Queens di New York, una sorta di Mecca per la street art, un luogo conosciuto in tutto il mondo che ospita opere di artisti provenienti da tutte le parti del pianeta. Tentativo vano, poiché nella notte compresa tra il 18 e il 19 novembre del 2013, pochissimo tempo dopo la permanenza di Banksy a New York, 5 Pointz è stato imbiancato, per essere successivamente demolito.   Parte dell’ambiente underground della città di New York non ha gradito questa “invasione” di Banksy (una delle tante British Invasion), perché egli rappresenta il tradimento di certi ideali e da un certo punto di vista questo sentimento non si può certo biasimare. Banksy è uno degli artisti più affermati al mondo, le sue opere valgono centinaia di migliaia di dollari e sono oggetto di collezionismo da parte di numerosi VIP. Un “Banksy” è ormai equiparato a un “Warhol”, aspetto questo imperdonabile per chi fa e ha sempre fatto arte di strada. Però dall’altro lato (forse più importante) Banksy non ha tradito nessun ideale. La sua fama è legata a un nome fittizio, non ha un volto riconoscibile e opera nel più completo anonimato, operazione titanica al giorno d’oggi, dove la privacy è sempre più difficile da mantenere anche per un semplice cittadino, figurarsi per una personalità “pubblica” come la sua. Infine l’elemento più importante: la sua arte è illegale nella più pura tradizione underground, considerata vandalismo dalle autorità, è rappresentazione di una fiera contrapposizione intellettuale a ogni forma di potere. Inoltre questa illegalità serve per veicolare messaggi di stampo sociale, assumendo così una valenza etica ed eroica più unica che rara. Per questi motivi Banksy rappresenta nella realtà ciò che più si avvicina a un supereroe, poco importa se il nome “Banksy” sia legato a una sola persona o a un collettivo (di sicuro opera con numerosi complici), e di questi tempi ne abbiamo bisogno. Non svelate l’identità di Banksy!
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