Calder e Kentridge sul palcoscenico. A Roma

venerdì, 13 Settembre 2019

Quiete e tempesta, minimalismo e barocco, luce e oscurità, gioia e dramma. Le due opere firmate da Alexander Calder e William Kentridge, intitolate Work in progress (1968) e Waiting for the Sybil (2019), accostate da Carlo Fuortes e Alessio Vlad in occasione dello spettacolo Calder/Kentridge che ha debuttato il 10 settembre, sono due facce della stessa medaglia: la capacità degli artisti di riflettere il clima di un periodo storico attraverso le loro visioni.

CALDER

Avrei potuto chiamarlo la mia vita in 19 minuti”, disse Alexander Calder a proposito di Work in progress, che l’artista americano realizzò per il Teatro Costanzi nel 1968 su invito di Massimo Bogianckino con Giovanni Carandente e Filippo Crivelli. Per trent’anni aveva sognato di realizzare uno spettacolo tutto per sé, per celebrare la sua arte con suoni, colori e movimenti, in modo da creare un evento puramente visivo e dinamico. Una vera e propria summa della ricerca di Calder: il circo, i giochi infantili, i mobiles, i colori, le luci. Il tutto, spiega Carandente, “non vuole essere una mostra a teatro, ma una sequenza di eventi e immagini ideati giorno per giorno”. Così, in 19 minuti Calder mette in scena il mondo come un gioco, attraverso pochi elementi ricorrenti, a partire dai sei sipari bianchi, dove l’artista ha disegnato soli, lune, stelle marine, sfere colorate e piramidi. Sulle note delle musiche elettroniche di Maderna, Castiglioni e Clementi scorrono una serie di immagini minimali che vanno da un mare sul quale danza la silhouette di creature marine a gruppi di ciclisti in tutine colorate che compiono giri ed ellissi nello spazio, fino a paesaggi astratti e magici composti unicamente da mobiles e stabiles colorati. Un inno a un mondo ottimista, che ha fiducia nel futuro e nel progresso e vede nella fantasia e nel gioco la possibilità di creare un nuovo universo.

William Kentridge durante le prove di Waiting for the Sibyl, Opera di Roma, 2019. Photo Stella Olivier
William Kentridge durante le prove di Waiting for the Sibyl, Opera di Roma, 2019. Photo Stella Olivier

KENTRIDGE

Il tema dell’opera Waiting for the Sibyl è il futuro e il desiderio dell’uomo di conoscere il proprio destino. Nell’antichità questa prerogativa era riservata alle sibille, come la Sibilla Cumana, descritta da Dante alla fine del Paradiso, che si esprimeva attraverso vaticini scritti su foglie di quercia che si muovevano col vento mescolando gli oracoli tra loro. Questa immagine poetica ha ispirato l’opera di William Kentridge, che si apre con l’immagine di una Sibilla nera che si contorce emettendo suoni disarticolati, davanti a due grandi fogli di contabilità dove si proietta la sua ombra disegnata, oltre ad animali, oggetti e foglie, intervallate da frasi-vaticini di grande poesia e drammaticità. Nelle due scene centrali l’artista si interroga sulla decisione da prendere dopo l’oracolo davanti all’antro della Sibilla, e sulla ineluttabilità del destino, attraverso scenografie complesse dominate dalla sovrapposizione di elementi fissi e mobili e proiezioni di ombre simili ai mobiles di Calder, accompagnati sempre da canti e musiche, composte da Nhlanhla Mahlangu e Kyle Shepard. Un’opera complessa ma di grande impatto, che getta luci sinistre sul futuro, dominato dall’algoritmo, la vera “sibilla” del Ventunesimo secolo. Con questo lavoro l’artista si chiede: c’è ancora spazio per una sibilla umana e non tecnologica?

Ludovico Pratesi




Fonte: Calder e Kentridge sul palcoscenico. A Roma

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