Capolavori della modernità. La collezione del Kunstmuseum Winterthur al Mart di Rovereto

lunedì, 14 settembre 2009

La collezione del Kunstmuseum Winterthur: Wassily Kandinsky, Studio per Improvvisazione 8

Oltre 240 capolavori assoluti della storia dell’arte del XX secolo dalle collezioni del museo svizzero Kunstmuseum Winterthur, saranno visitabili nelle sale del Mart di Rovereto dal 19 settembre al 10 gennaio 2010.

L’esposizione si articola in un ricco percorso cronologico e tematico che attraversa l’impressionismo, il cubismo, il surrealismo e le ricerche astratte, per giungere ad una apertura di altissima qualità sulle ricerche internazionali del secondo dopoguerra.

La collezione del Kunstmuseum di Winterthur ha origine grazie ad una sapiente campagna di acquisti avviata alla fine dell’Ottocento dalla Società di Belle Arti della città svizzera, e sostenuta in seguito da generosi donatori, la raccolta si è concentrata fin dall’inizio su capolavori impressionisti di Degas, Sisley, Pissarro, Monet e post-impressionisti.

La mostra si apre proprio con una sezione dedicata alla pittura francese agli albori della modernità, con alcuni suggestivi paesaggi di Corot e Boudin che anticipano le ricerche pittoriche degli impressionisti, qui rappresentati da un nucleo di opere di alta qualità, tra cui una serie di paesaggi di Monet en plein air come Bassa marea (Varengeville) del 1882, alcuni studi di luce di Sisley, Sotto il ponte di Hampton Court, 1874 e La chiesa di Moret al sole del mattino, 1893, e nelle vedute affollate di Pissarro. Dall’impressionismo muove anche la ricerca di Cézanne, rappresentata da Gli ippocastani del Jas de Bouffan (1885).

All’affermazione di una pittura assolutamente libera nell’impianto e nella pennellata giunge Vincent van Gogh con due capolavori che documentano la straordinaria evoluzione della sua ricerca in un brevissimo arco di tempo: Soffioni del 1889 e Ritratto del postino Roulin (1888), interamente costruito sulle gamme del giallo e del blu.

La pennellata di van Gogh e il suo cromatismo emancipato da vincoli naturalistici saranno ripresi due decenni dopo da giovani artisti come Maurice de Vlaminck e Albert Marquet, protagonisti della stagione fauve.

Un altro affascinante capitolo è dedicato alla pittura romantica-simbolista dove, come scrive Schwarz “il colore è inteso come fenomeno materiale ma anche come esperienza soggettiva”, con opere di Eugène Delacroix, Odilon Redon e Ferdinand Hodler, fino ai nabis Maurice Denis, Édouard Vuillard e Pierre Bonnard, cui si affianca lo svizzero Félix Vallotton.

Una sezione è dedicata alla scultura e all’evoluzione del linguaggio plastico, a partire da Medardo Rosso, che alla fine del XIX secolo supera il concetto tradizionale di scultura per accogliere nella materia le vibrazioni atmosferiche e luminose (Henri Rouart, 1889), fino alle radicali sperimentazioni formali di Pevsner, Duchamp-Villon e Lipchitz e all’estrema sintesi di Brancusi (Danaide, 1913) e Giacometti presente in mostra con il bellissimo marmo Testa che guarda (1927-1929).

La stagione delle avanguardie si apre con un capitolo che sottolinea il passaggio della pittura verso l’astrazione, con opere di artisti che abbandonano ogni riferimento oggettivo, dal cubismo orfico di Delaunay all’astrattismo lirico di Kandinsky e Klee. Un nucleo particolarmente importante di opere illustra le ricerche di quegli artisti che, a partire dal primo dopoguerra, rivolsero il loro sguardo oltre “le cose sensibili” per indagare il lato più nascosto e profondo della realtà, fino alla dimensione del sogno e dell’inconscio, partendo da Giorgio de Chirico che apre la strada ai surrealisti come Max Ernst, René Magritte e Yves Tanguy. A questi pittori si affiancano alcuni artisti che rivolsero al mondo reale uno sguardo lucido, ma dagli effetti talora non meno stranianti: Niklaus Stoecklin, Adolf Dietrich e il più noto Alexander Kanoldt, che trasfigura i paesaggi italiani in immagini composte da volumi squadrati, sospesi in un’atmosfera senza tempo, privi di ogni dettaglio narrativo.

Un’importante sezione è dedicata al cubismo rappresentato nei suoi diversi sviluppi da un ricco gruppo di opere di Picasso, Gris e Léger, artista di cui il museo Winterthur possiede una delle più importanti raccolte d’Europa. Sono invece documentate dall’opera di Van Doesburg e Mondrian, presente in mostra con due capolavori, Composizione I, (1930) e Composizione A, (1932) le ricerche che dalla scomposizione cubista giungono all’affermazione di una pittura non oggettiva. Agli studi sulla forma rimandano anche i rilievi polimaterici di Kurt Schwitters, le strutture aeree di Alexander Calder e le opere di Hans Arp.

Il sottilissimo fil rouge che dalle ricerche surrealiste conduce fino alla nascita dell’informale è rappresentato dalle opere di Asger Jorn e Karel Appel, e Antoni Tàpies che verso la metà degli anni Cinquanta abbandona le rappresentazioni fantastiche e grottesche per dedicarsi a rilievi in cui ricerca l’espressività di materiali poveri ed essenziali. Dall’espressionismo astratto, con Mark Tobey, Philip Guston, Richard Chamberlain, si arriva a una serie di opere che illustrano le tendenze minimaliste dell’arte americana più recente, da Richard Tuttle a Robert Mangold, da Ellsworth Kelly fino a Brice Marden.

 La collezione del Museo di Winthertur, grazie ad importanti donazioni, presenta anche le ultime ricerche artistiche figurative con opere di Richard Hamilton, protagonista della cultura pop, Richard Artschwager e Gerhard Richter fino agli esiti della cultura artistica contemporanea.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*