Daniel Libeskind: il futuro è una fiamma che brucia nel passato

lunedì, 30 novembre 2015


  A metà fra tradizione e  progresso, fra  sviluppo  tecnologico  e memoria storica,  Daniel  Libeskind racconta la sua  idea  di  architettura  del  futuro: “Innovazione e tradizione non si possono separare. Solo la trasformazione è in grado di introdurre qualcosa di nuovo – dice -. In architettura se fai qualcosa di astratto, senza riferimenti al passato, il risultato non avrà senso. Devi guardarti indietro per comprendere dove andare”. Nelle nostre società sempre più complesse e frammentate, impreparate ai grandi eventi epocali come le recenti ondate migratorie verso L’Europa, rivendica il ruolo attivo dell’architettura: “Lo definirei anzi indispensabile – incalza -, in accordo con le politiche di accoglienza. L’architettura deve essere il modo creativo e innovativo con cui le nostre società, i nostri governi possono rispondere alle domande più profonde così come a quelle più urgenti”. Daniel Libeskind nato in Polonia nel 1946 da due sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, ha vissuto e si è formato in Israele, Stati Uniti, Inghilterra e Italia. Dopo aver studiato fra gli altri con John Hejduk e Peter Eisenman, si è imposto all’attenzione internazionale con la partecipazione alla mostra Deconstructivist Architecture del 1988 al MoMA di New York e la realizzazione del Museo ebraico di Berlino (1989-1999). È l’architetto incaricato del Master Plan per la ricostruzione dell’area di Ground Zero a New York, attualmente in fase di ultimazione. Fra le sue numerose pubblicazioni ricordiamoBreaking ground. Un’avventura tra architettura e vita (Sperling & Kupfer, 2005) e La linea di fuoco (Quodlibet, 2014).
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