I destini della Brexit alla Tate Britain. In un’opera di Mike Nelson

giovedì, 22 Agosto 2019

Inaugurata dieci giorni prima del 28 marzo, la data ufficiale dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, poi rinviata, l’installazione di Mike Nelson (Loughborough, 1967) verrà smantellata a circa tre settimane dalla festa di Halloween, la prossima scadenza. Per tanti quella definitiva, per altri un’ennesima deadline (all’inglese), ovvero irreversibile fino a qualche giorno prima.
È stato Nelson stesso a far notare quanto la Brexit stia condizionando un po’ tutto nel Paese da ormai tre anni: “Sono tempi strani perché la mostra apre poco prima della data in cui la Gran Bretagna dovrebbe lasciare l’Europa”. A marzo l’effettiva uscita era un’incognita e sarebbe interessante chiedere all’artista se anche lui pensa che la prossima data sia una scommessa; sulla Brexit in sé, invece, non c’è bisogno di fare domande: l’installazione parla chiaro.

C’ERA UNA VOLTA LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Nelson ha trasformato la passeggiata imperiale dell’elegante galleria in stile neaoclassico in un ambiente difficile da definire. Gli archi sono tagliati da tramezzi con porte in legno prese da ospedali abbandonati e fabbriche dismesse, su cui troneggiano creste con iniziali di dubbio valore incorniciate dalla bandiera inglese; la visuale è stravolta e la navata modificata sia in altezza che in lunghezza. Era un corridoio ampio, luminoso; ora è uno spazio scuro, senza linearità, frammentario e labirintico, dove, al posto di sculture, ci sono enormi macchinari industriali.
Torni, betoniere, bancali uno sull’altro, cavalletti, trattori, pali telegrafici, bilance e macchine per cucire; queste vestigia del secolo scorso da cui arrivano ancora odori di stoffa vecchia, metalli e petrolio, sono la testimonianza dell’ultimo slancio di un impero. La Rivoluzione industriale, cominciata nel Midlands (la regione in cui è nato e cresciuto Nelson) nel XVIII secolo e finita negli Anni Ottanta del XX, è l’epoca d’oro dell’industria, che ha avuto un legame strettissimo con l’arte. La Duveen Gallery non esisterebbe senza gli industriali: è grazie a loro se Lord Duveen si è arricchito vendendo arte. Né ci sarebbe la Tate, nata dalla collezione di Sir Henry Tate, l’imprenditore che nel 1898, stanco di un’amministrazione comunale incapace di trovare una sede per la sua generosa donazione, offrì anche la cifra – non irrisoria – di 150mila sterline per costruire l’omonimo edificio su Millbank. Il rapporto tra arte e industria è anche estetico. Nel XX secolo, dice Nelson, “le sculture hanno cominciato ad assomigliare alle macchine e le macchine alle sculture”, con un potere scenografico non indifferente. Lo dimostra il fatto che, nell’attuale ruolo di cimeli, questi oggetti sono belli ed eloquenti.

Mike Nelson, The Asset Strippers, 2019. Installation view at Tate Britain, Londra 2019. Photo Tate (Matt Greenwood)
Mike Nelson, The Asset Strippers, 2019. Installation view at Tate Britain, Londra 2019. Photo Tate (Matt Greenwood)

L’ALBA DI UNA NUOVA EPOCA VITTORIANA?

C’è un senso di riscatto intorno a esse, come un’urgenza di raccontare cos’è successo e come. “Io ci lavoravo con queste!”, si sente dire da un uomo che, chiacchierando con altri visitatori, spiega che già dagli Anni Settanta fu deciso di calcolare gli stipendi in base alla quantità dei pezzi assemblati, invece che semplicemente in base al tempo. “Guarda quel trattore, country girl”, dice qualcun altro a una donna. Cosa ricorda? Le estati da giovane in campagna? È nostalgica questa critica al disinteresse per una parte della società, abbandonata al proprio destino; evoca un passato in cui le cose non sono andate tanto bene e, con rassegnazione, riflette sulle scelte di un Paese determinato a dominare, costi quel che costi. Per ammonire sul presente? Se la Duveen Gallery è metafora di una nazione appesantita da un passato imperiale che già nel secolo scorso faceva i conti con la realtà, i macchinari arrugginiti sono testimonianza degli anni in cui in Gran Bretagna si cominciano a sacrificare la manifattura e l’infrastruttura a vantaggio dei servizi, facendo delle vittime. “Quello che vedo davanti – particolarmente nel mondo dell’arte – è una nuova epoca vittoriana di ricchi mecenati sulla scia del declino dello Stato, di vanità e disuguaglianza”, dice Nelson.

LA VITA DOPO LA BREXIT

All’orizzonte c’è un altro periodo di stravolgimenti, su cui la Brexit ha puntato i riflettori mostrando al mondo che il Regno Unito non è così unito né così democratico. Chi saranno le prossime vittime? Il terziario che, con i rapporti con L’Europa, ha risollevato un’economia in ginocchio?
Tutto il materiale recuperato per la mostra è stato cercato e comprato online, sui siti delle società di liquidazione: The Asset Strippers, appunto, e Nelson confessa che, se non avesse scelto di includere nel titolo questa fase del progetto, nessuno avrebbe mai saputo di quanto sia parte integrante del lavoro. È forse la chiave per anticipare il destino del Pease nell’era post-Brexit? Sulle ceneri di una società di servizi prospera quella digitale?
Comunque vada e per quanto la decadenza abbia il suo fascino, il messaggio sembra chiaro: “Arrivano i liquidatori”. Quello che abbiamo costruito, le professioni, un sistema di scambi e relazioni, diventerà altro; qualcosa da mostrare tra qualche anno in un museo.

– Maria Pia Masella

Londra // fino al 6 ottobre 2019
Mike Nelson – The Asset Strippers
TATE BRITAIN
Millbank
www.tate.org.uk




Fonte: I destini della Brexit alla Tate Britain. In un’opera di Mike Nelson

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