Il volo di Kazimir Malevic

mercoledì, 7 ottobre 2015

Da oggi 2 ottobre sarà ospitata, alla GAMEC di Bergamo, la mostra “MALEVIČ”. Un evento che mira a celebrare uno dei più grandi protagonisti dell’arte del Novecento, un artista visionario che è riuscito a guardare verso l’infinito cosmico, al di là del proprio tempo. Kazimir Malevič nasce a Kiev il 23 febbraio 1879 ed è conosciuto come il pioniere delle avanguardie russe, più in particolare di quella che lui stesso definirà come Suprematismo. Un’arte suprema perché quello che ha realizzato Malevič è un procedimento volto all’estrema semplificazione di tutti gli elementi figurativi per giungere, progressivamente, a una pura combinazione di elementi geometrici intesi come l’essenza suprema della visione. Un’essenza letteralmente suprema, che si pone sopra la visione e che quindi non coincide con essa. Le opere di Malevič sono icone spirituali del nostro tempo negli stessi termini in cui lo erano le icone bizantine nel Medioevo, ma non si tratta di un rapporto di analogia visuale. I maestri medioevali riproducevano il contenuto in una verità antianatomica, fuori della prospettiva spaziale e lineare, evitavano volutamente la somiglianza con la realtà perché lo scopo era la contemplazione della divinità, qualcosa di impenetrabile e inesprimibile. Allo stesso modo Malevič dipinge per uscire dalla rappresentazione ordinaria, per evadere dal modo consueto di vedere e impiegare le cose. Il Quadrato nero, una delle sue opere più rappresentative, è da intendere come un’icona perché, esattamente come le icone medioevali, non si lascia afferrare dallo sguardo, ma come presenze in assenza. Il volto indefinibile di Cristo, così come il quadrato di Malevič, non sono rappresentazioni, copie o imitazioni, ma dei mezzi per rivelare ciò che non si potrà mai definire. La bidimensionalità e l’assenza di gravità sono prassi che sia i maestri medioevali che Malevič hanno utilizzato per giungere a questa visione suprema, pura. Malevič propone, però, icone profane, che non hanno nessun riferimento religioso in senso stretto. Le sue icone non guidano questa visione suprema verso delle risposte dogmatiche, cosa che le icone sacre hanno sempre fatto, e fanno tutt’ora, per ovvie ragioni. Per Malevič non solo “Dio” rimane inaccessibile, ma anche il mondo, la pittura, l’atto stesso del pensiero: la linea e le forme sulla superficie pittorica sono imperscrutabili quanto la divinità. Così allo stesso tempo l’artista concepisce la vita reale, quella contadina e materiale, non a caso i volti dei personaggi dipinti da Malevič posseggono uno sguardo impersonale e ieratico come il Pantocratore, a volte addirittura sono privi di qualsiasi lineamento. La contemplazione dell’infinito senza essere definito Dio, l’essenza di un umile falegname inaccessibile nel modo in cui lo è quella del creatore, sono queste le differenze fondamentali tra le icone sacre e quelle profane dell’artista russo.   Malevič giunge a questa estrema sintesi attraverso un processo di assimilazione delle più grandi avanguardie europee, da Cézanne a Kandinsky, ma giunto a un certo punto decide di oltrepassarle radicalmente, bruciando le tappe, come spesso avviene nella storia e nella cultura russa generale. Se da Aristotele in poi è opinione generalmente accettata che nulla c’è nel pensiero che non sia stato nei sensi, e che conseguentemente il processo di astrazione avvenga per un meccanismo mentale di sottrazione, in Malevič ciò è vero solo in minima parte. Egli infatti non compie nessuna astrazione, non sottrae nulla alla natura, tenta piuttosto di inventarne un’altra e di agire in proprio, di produrre un nuovo mondo e un nuovo modo di pensare. Un atto supremo, forse superbo, che è stato tradotto inevitabilmente in senso funzionale tradendone la spinta concettuale. Un’arte in cui nessuna risposta definitiva è data, ma che ha influenzato tanta cultura del Novecento.
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