L`invito di Olafur Eliasson all`integrazione con l`arte

lunedì, 5 giugno 2017




Alla Biennale di Venezia, Olafur Eliasson presenta Green light – An artistic workshop, un vero e proprio laboratorio di arte partecipata come mezzo terapeutico. L’idea di Eliasson di rendere la sua arte un’arte viva, ha particolarmente attratto la curatrice Christine Macel, che ha voluto sintetizzare proprio con il titolo VIVA ARTE VIVA il suo progetto per questa 57esima Biennale.

 

Il progetto è il frutto di una collaborazione tra l’artista di fama internazionale, metà islandese e metà danese, e la Fondazione TBA21 (Thyssen-Bornemisza Art Contemporary), istituita nel 2002 da Francesca von Habsburg a Vienna. Il laboratorio consiste nella produzione di lanterne di luce verde, concepite come moduli geometrici assemblabili, dallo stesso Eliasson, secondo infinite forme e composizioni, cosicché possano dar vita a sculture luminose sempre mutevoli. In virtù della natura stessa del progetto, pensato come un modello replicabile in differenti contesti e situazioni, Green Light è già stato realizzato in varie occasioni, a cominciare dal progetto pilota svoltosi presso l’istituzione viennese nel 2016, e successivamente al Moody Center for the Arts della Rice University di Houston.

 

Nella versione veneziana Green light occupa un ampio spazio nel Padiglione Centrale: una distesa di tavoli definisce lo spazio dove le lampade sono assemblate; una platea di posti a sedere funge da anfiteatro, dove si tengono conferenze, lezioni e seminari; divani e sedie formano una lounge, dove i partecipanti possono fare una pausa o socializzare.

 

Il significato metaforico della luce verde, simbolo di speranza ed accoglienza, un invito a continuare un percorso, rivela il pensiero caro all’artista; l’idea nasce infatti da una riflessione sul dilagante fenomeno contemporaneo della migrazione e vuole porsi come un tentativo concreto di rispondere a questa crisi globale. L’attività di fabbricazione di queste lanterne è indirizzata a rifugiati, chiamati, su adesione volontaria, a collaborare insieme a partecipanti del pubblico della Biennale e ad alcune ONG presenti sul territorio. Il progetto si costituisce così come un “atto di accoglienza” che mette in dialogo i rifugiati con i residenti delle città che li accolgono. Al momento, ben trenta persone provenienti da diversi paesi – tra cui Nigeria, Gambia, Siria, Iraq, Somalia, Afghanistan e Cina – si sono già registrate come partecipanti.

 

Parte integrante del workshop è un’intensa serie di attività pensate per le differenti culture e realtà dei rifugiati, fornendo loro gli strumenti linguistici, giuridici e culturali per affrontare la loro permanenza in Italia o in qualsiasi altro paese. Inoltre vi è anche un supporto psicologico per aiutare a superare eventuali traumi e stress.

 

Attraverso quest’azione condivisa, il workshop ricrea in sostanza un microcosmo autarchico, una microsocietà fondata sui valori etici di eguaglianza, integrazione e inclusione. Non a caso l’artista, nel riferirsi all’ambiente creatosi intorno al workshop, parla di un vero e proprio micro parlamento, multiculturale e multietnico.

 

Il pensiero fondante di Green light, come in molte altre creazioni di Eliasson, è il voler coinvolgere concretamente e emotivamente i partecipanti con un’esperienza creativa e artistica, in un ambiente che favorisca l’elaborazione personale dei sentimenti vivi, che siano essi positivi o traumatici. La composizione della luce verde in tutte le sue sfumature viene donata a chi decide di sostenere l’iniziativa con un contributo economico in seguito devoluto alle ONG coinvolte.

 

RAI ARTE ha incontrato Olafur Eliasson e Christine Macel per parlare del progetto.



Fonte: L`invito di Olafur Eliasson all`integrazione con l`arte

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