Museo Novecento di Firenze. Intervista a Sergio Risaliti

sabato, 21 Aprile 2018

Sono passati 20 anni esatti ‒ era il 1998 ‒ dall’inaugurazione del Palazzo delle Papesse di Siena, che avresti diretto fino al 2001. Esperienza che fece scuola: fu un’intensa fucina di talenti, tra curatori, critici e artisti, e fu un innovativo modello di contenitore museale, con una proposta internazionale, contemporanea, variegata, lontana dalle formule più tradizionali. Poi, tra il 2004 e il 2007, guidavi il centro espositivo Quarter, a Firenze. Torni adesso a dirigere un museo importante, nella tua città. Cosa è cambiato rispetto a quegli anni? Qual è oggi il tuo modello possibile per un museo che, nel cuore del XXI secolo, segni ancora una volta una differenza?
A Siena mi portavo avanti nel futuro scoprendo nuovi scenari, costruendo da zero un’identità e dei ruoli, per dare autorevolezza all’istituzione a beneficio di una generazione che non aveva spazio e visibilità nel sistema dell’arte. Molti hanno rafforzato la loro personalità e sono usciti da lì per iniziare carriere importanti. Oggi mi confronto con il passato, con la storia recente e antica di Firenze, puntando a trovare nuovi contenuti, energie, idee.
Ripenso spesso al titolo di un’opera di Mario Merz: Tutto è connesso. Il passato non è una zavorra. Siamo il risultato di vite precedenti. Collegandoci al passato eviteremo il provincialismo e il localismo, saremo parte costruttiva di qualcosa di universale. Ecco, mi interessa superare la dimensione internazionale e la preoccupazione del successo personale che orienta molte scelte nel nostro campo. Un limite. Tutto questo deve essere fatto in modo creativo, miscelando le giuste dosi di erudizione, ricerca, creatività, fantasia, immaginazione. C’è un ordine nelle cose e l’improvvisazione è un livello in più, come nel jazz, dove ogni invenzione è basata su grande preparazione tecnica.
È un’enorme responsabilità fare del presente la zona di emersione di passato e futuro. Ieri come oggi il nemico è l’inerzia, l’accidia, oltre a una forma di conservazione ideologicamente pericolosa, che vive di rendita di posizione. L’arte e la vita vanno nella direzione opposta.

Cortile del Museo Novecento, Firenze 2018. Opere di Maurizio Nannucci (installazione a neon) e Paolo Masi (vetrate)
Cortile del Museo Novecento, Firenze 2018. Opere di Maurizio Nannucci (installazione a neon) e Paolo Masi (vetrate)

Come si colloca il Museo Novecento nel quadro del sistema museale cittadino, ma anche regionale? Con quale specificità nasceva questo spazio e come pensi che debba rafforzare la sua identità?
Nella storia contemporanea di Firenze il Museo Novecento ha rappresentato un punto di svolta e, direi, di non ritorno. Con un ritardo di decenni la città ‒ fino a ieri impermeabile alle avanguardie del secolo breve e a quelle più attuali ‒ ha finalmente deciso che pure l’arte di Morandi o De Pisis, quella di Fluxus o dell’Informale, così come quella delle nuove generazioni, dovesse essere conservata e valorizzata in una cornice museale.
Dal 2014 non esistono solo gli Uffizi, il Bargello, Pitti o L’Accademia. E la storia non si ferma ai Macchiaioli. Si tratta di una mutazione ideologica, perfino antropologica. Un’accelerazione culturale dovuta a più concause, con l’attività di soggetti privati e istituzionali: eventi, mostre, progetti speciali, come le grandi esposizioni a Forte Belvedere, al Museo Bardini, in Piazza Signoria. Senza tralasciare il Marino Marini, il Museo Ferragamo, Palazzo Strozzi, festival come Lo Schermo dell’Arte, realtà come Fabbrica Europa, Base e alcune gallerie private molto attive.
Al centro di questa rete multiforme metterei il Museo Novecento, perché storicamente un museo resta il faro, il punto di gravitazione. Luogo dell’accoglienza, della sosta, della riflessione, sia per il turista che per il cittadino abituale. Uno spazio che deve essere di ricerca e sperimentazione, non condizionabile da fattori altri, primo fra tutti il ritorno di investimenti. Il ritorno più importante per un museo è la crescita culturale dei cittadini, la loro sensibilizzazione, il loro aggiornamento, che può avvenire in concomitanza con la meraviglia, lo stupore, l’eccitazione, perfino lo shock o il disappunto.

Sergio Risaliti
Sergio Risaliti

A proposito di relazioni e di sistema, pensi di avviare dei rapporti di collaborazione con altre realtà del territorio?
Ho già incontrato Cristiana Perrella. Sono felice che sia arrivata al Pecci. Abbiamo iniziato i nostri percorsi nello stesso momento, combinando studi curatortiali e universitari. Lei proprio alla scuola per curatori di Prato, nel 1991, e io (che a Prato sono nato) al Magasin di Grenoble. Il primo giorno a Grenoble ho incontrato Vito Acconci, mi hanno chiesto di avvitare i bulloni di una sua opera e di preparare il pranzo. Da queste esperienze ho imparato che le relazioni si stringono sulla base di progetti reali, importanti. Per inventare assieme nuovi percorsi. Non in modo pretestuoso.
Restando nel merito, ci sono progetti in comune con ISIA, Accademia di Belle Arti, Marino Marini, Maggio Musicale, Beatrice Bulgari e Beetween Art and Film; continueremo a creare un percorso comune con le Gallerie degli Uffizi; e spero in collaborazioni con la Fondazione Longhi e l’Università. Per quanto riguarda il dialogo con le realtà del contemporaneo è importante creare una rete, soprattutto per alzare il livello qualitativo e lo stimolo culturale. Rispetto a dieci anni fa ci sono molte più possibilità di dialogo: non potrebbe essere altrimenti in un mondo globalizzato. Il punto sta nel trovare pratiche propositive a lungo termine.

Jeff Koons, Pluto and Proserpina - Piazza della Signoria, Firenze 2015
Jeff Koons, Pluto and Proserpina – Piazza della Signoria, Firenze 2015

In questi ultimi anni hai portato avanti un progetto ambizioso e innovativo per Firenze, con opere di grandi artisti contemporanei collocate tra le piazze, i giardini e i palazzi storici. Per qualcuno uno scandalo, per altri un necessario esperimento di svecchiamento. Ti chiedo che bilancio fai di questa avventura e se in qualche modo continuerai a portarla avanti, stavolta dal quartier generale di un museo in senso stretto.
La rivoluzione è stata preparata nel tempo, ma è iniziata pochi anni fa. Prima con Firenze Sapere e Florens, poi con le mostre al Forte Belvedere riaperto dopo anni. Infine il ghiaccio si è spaccato quando col sindaco Dario Nardella abbiamo avviato un progetto per Firenze contemporanea su larga scala. Pensando non a uno spazio architettonico preciso, ma all’intera città. Dal Forte a Piazza Signoria, dal Museo Bardini a Palazzo Vecchio. Con la mostra Ytalia, nel 2017, il sistema si è perfezionato, manifestandosi nella sua articolazione e ampiezza. Il nuovo passaggio cruciale sarà fare del Museo la cabina di regia di tutto ciò. Un museo unico al mondo, con estensioni periferiche di straordinaria bellezza e potenza simbolica. Già quest’anno la mostra al Forte Belvedere sarà targata anche Museo Novecento, così come quella al Bardini. E questo si può e si deve fare grazie anche all’esistenza di Muse, l’associazione che da anni cura la valorizzazione del patrimonio dei Musei Civici Fiorentini.

Nuovo volto del Museo. Partiamo dagli spazi esterni, dove hai immaginato i primi, radicali cambiamenti. Il pubblico, anche senza pagare il biglietto, potrà già vedere opere e progetti. Raccontaci dei cicli che hai progettato e delle prime opere che vedremo fin da questo aprile.
Ho scelto di inserire sulla facciata la scritta “Museo”, realizzata da Paolo Parisi, per svecchiare questo termine, con cui troppe volte si è identificata Firenze in quanto città-museo. Il museo è luogo dell’arte e degli artisti, è la casa delle muse. E dalle muse abbiamo indicazioni precise su come gestire il rapporto col passato, restando attenti al presente e intercettando il futuro. Niente atteggiamenti nostalgici o di triste conservazione. Deve essere un Giano bifronte, mai statico, sempre in progress, multitasking. Per questo il cortile d’ingresso è uno spazio aperto dove format ciclici come “Paradigma – Il Tavolo dell’Architetto” (dedicato a un architetto sempre diverso, il primo è Mario Cucinella) e “The Wall” (un’infografica a tema, sviluppata graficamente lungo una grande parete) creeranno un rapporto differente con il pubblico, insieme alle opere ambientali di Maurizio Nannucci, Marco Bagnoli, Remo Salvadori, Paolo Masi. Quest’ultimo, ad esempio, con le sue rifrazioni pittoriche sulle vetrate che chiudono il cortile, è riuscito a creare una nuova piazza, in cui il dialogo tra dentro e fuori, tra astrazione e figurazione, è solo il punto di partenza e non di arrivo.

Mario Cucinella per Paradigma Il Tavolo dell’Architetto. Museo Novecento, Firenze
Mario Cucinella per Paradigma Il Tavolo dell’Architetto. Museo Novecento, Firenze

Capitolo mostre. Quali gli spazi dedicati? Lavorerei tra il Novecento e la contemporaneità, magari arrivando ai giovanissimi? Nomi internazionali ma anche, immagino, uno sguardo costante sull’Italia: sia per le specificità del Museo, sia per il tuo antico e attento lavoro sulla storia dell’arte italiana.
Cosa significa italiano? Cosa significa parlare di artista giovane o artista storico? Le distinzioni che esistevano anni fa sono e saranno sempre più obsolete. Non è più pensabile una strategia della difesa territoriale. Naturalmente ognuno di noi deve poi fare i conti con i propri punti di vista. Per me parlerei di predisposizione naturale a guardare l’arte italiana. È da questo punto di vista che mi relaziono al resto della contemporaneità. È un discorso complesso, che penso di avere ampiamente sviscerato con la mostra Ytalia nei vari spazi storici e museali di Firenze.
Allo stesso modo non mi sento più di fare distinzioni tra giovani artisti e storici. È un falso problema. Esiste di fatto un’energia e una capacità di assumersi i rischi che è tipica della giovinezza, ma che si può ritrovare in ogni fase della vita. Da questo punto di vista l’artista più “giovane” che si incontra appena varcata la soglia del museo è Paolo Masi, che compirà tra poco 85 anni. Con il programma espositivo per il Museo Novecento – che si svilupperà tra il pianoterra e il primo piano, dove prima c’era parte della collezione del MIAC, voluta da Ragghianti ‒ punto a creare una piattaforma democratica di riflessione tra generazioni, tra punti di vista culturali, linguaggi e metodi critici di storicizzazione.

Il disegno dello scultore, Museo Novecento, Firenze 2018
Il disegno dello scultore, Museo Novecento, Firenze 2018

Parti con la mostra Il disegno dello scultore, un progetto ideato da te, di taglio storico: qui il focus è sulla scultura, ma il tema del disegno tornerà con altre esposizioni. Quanto c’è in questa scelta della tua storia di studioso del Cinquecento, ma anche di scrittore e poeta, oltre che di curatore di artisti contemporanei?
Tutti i progetti con i quali definisco la mia linea editoriale del nuovo museo si connettono al passato. Ad esempio il format “The Wall”, che per la prima mostra ho affidato a Marco Bazzini: senza la mia passione per l’arte della memoria e gli studi sulla Yates, non avrei mai immaginato di collegare l’affresco di Andrea Bonaiuto all’infografica. Allo stesso modo la mostra sul disegno nasce dai miei studi sulla scultura e dalle mie ultime ricerche su Michelangelo: proprio lui insegnava che il disegno è fonte e corpo dell’arte.
Nella mostra ‒ che è un omaggio all’Accademia del Disegno di cui sono membro onorario ‒convivono visione concettuale, sogno e pratica creativa quotidiana. Il disegno come genesi e sintesi, intuizione e riflessione, ricerca e sedimento. È l’atto magistrale di equilibrio che collega espressioni differenti del Novecento, da Adolfo Wildt a Rachel Whiteread, da Louise Bourgeois a Luciano Fabro. In mostra è straordinariamente significativo il passaggio dal gesto di Lipchitz a quello di David Smith. C’è una montagna tra l’uno e l’altro, ma la mostra ci serve a trovare passaggi ad alta quota.

Che ruolo avranno didattica e approfondimento critico? Mi riferisco a cose importanti, utili a un museo per favorire una fruizione ampia ma anche consapevole: la didattica per i più piccoli, le conferenze, i talk, le giornate di studio, le proiezioni, ecc. Hai pensato anche a questo aspetto?
Le cose che elenchi non sono collaterali ma devono essere il cuore stesso di un’istituzione museale. Tra l’altro la distanza tra didattica e formazione di un pensiero critico si abbatte con la semplicità. Questa condizione è raggiungibile solo con una grande preparazione storico-artistica, di cui mi sembra si senta sempre più necessità nel sistema dell’arte contemporanea internazionale. Altrimenti corriamo il rischio dell’autoreferenzialità tra addetti ai lavori e dell’incomprensibilità nei confronti dello spettatore. Potrò contare sul sostegno del dipartimento di mediazione culturale di Muse, che dal 2014 si è dimostrato molto efficiente. Cosa che ha permesso al Museo di supplire altri tipi di carenze. Il mio intento è amplificare queste potenzialità, creando programmi che permettano di far vivere il luogo al di là del giorno dell’opening.

Felice Casorati, Nudo giallo, 1945. Collezione Alberto Della Ragione. Opera in dialogo con l'intervento di Ulla von Brandenburg per il progetto Duel
Felice Casorati, Nudo giallo, 1945. Collezione Alberto Della Ragione. Opera in dialogo con l’intervento di Ulla von Brandenburg per il progetto Duel

Come riorganizzerai i fondi della collezione? Una parte dello spazio, prima dedicato alle raccolte del museo, lo hai convertito per le mostre temporanee. Farai ruotare periodicamente le opere? Come cambiano gli allestimenti, i percorsi e le logiche espositive?
La museologia non è una scienza esatta ed è in continuo divenire. Il museo non è un deposito e il percorso che introduce alla scoperta delle opere non può essere immaginato come qualcosa di statico, immobilizzato secondo ideologie o visioni univoche. La Collezione Alberto Della Ragione è il nucleo portante del museo. Da qui tutto ha origine. Quindi viene riportata al centro, pur non tralasciando le altre donazioni: stiamo lavorando per cambiare drasticamente lo spazio espositivo e la disposizione delle opere, secondo criteri storico-artistici diversi dall’impostazione manualistica precedente. Il prossimo 24 maggio, con un secondo opening, presenteremo il nuovo allestimento. Il concetto è che il collezionismo privato è il cuore del museo. Un dato che ci riporta nell’orbita di una grande tradizione fiorentina, la stessa che ha generato gli Uffizi, il Bardini, Pitti e lo Stibbert. Proprio la scelta di dare vita ad alcuni progetti seriali permetterà alle collezioni di essere soggette a riletture e approfondimenti, con un nesso reale tra attualità e storia: “Solo” è un ciclo di focus dedicati a opere prelevate dalle collezioni civiche, oppure ad artisti clamorosamente assenti (la prima tappa sarà per Emilio Vedova, a cura di Luca Nicoletti); “Duel” prevede ogni volta l’intervento site specific di un artista contemporaneo, ispirato a un’opera della collezione (si parte con Ulla von Brandenburg in dialogo con un dipinto di Felice Casorati, a cura di Lorenzo Bruni).

Ulla von Brandenburg, It Has a Golden Sun and an Elderly Grey Moon, 2016. Super 16 mm on HD video, colour, sound, 22 min 25 sec. Photo: Martin Argyroglo, courtesy the artist, Art : Concept, Paris, Pilar Corrias, London and Produzentengalerie Hamburg
Ulla von Brandenburg, It Has a Golden Sun and an Elderly Grey Moon, 2016.
Super 16 mm on HD video, colour, sound, 22 min 25 sec. Photo: Martin Argyroglo, courtesy the artist, Art : Concept, Paris, Pilar Corrias, London and Produzentengalerie Hamburg

Qualche nome da anticipare per il futuro?
Posso citarti, tra i tanti, Benedetta Tagliabue per “Il Tavolo dell’Architetto”, Lynda Beglis per “Duel”, Piero Manzoni per “Solo” e in autunno una mostra sui disegni e le sculture di Medardo Rosso.

Chiudiamo con la questione “numeri”. Il conflitto tra l’anima elitaria dell’arte contemporanea e la linea più popolare, con cui fare cassa facilmente, è spesso motivo di dibattito. Mostre blockbuster, luna park, formule ruffiane, contro operazioni ostiche, pensate per il piccolo sistema di riferimento. Come si coniugano nel progetto Risaliti ricerca culturale e ricerca del pubblico?
Il museo deve essere un laboratorio e una palestra. Un luogo di formazione e di sensibilizzazione, necessario alla crescita della società civile. E va sostenuto finanziariamente, così da permettere il massimo grado di libertà intellettuale alla direzione artistica e scientifica: puntare a intercettare un pubblico vasto, sì, ma che potrà anche oscillare senza patemi d’animo da dieci persone a centomila persone.

Helga Marsala

www.museonovecento.it




Fonte: Museo Novecento di Firenze. Intervista a Sergio Risaliti

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